IL MONDO DEL TANGO
Discepolo, uno dei primi compositori di tango, disse: "Il
tango è un pensiero triste espresso in forma di danza". Ma il
tango non è solo un pensiero… è un'emozione, una sensazione,
un enigma. E' una danza, non solo del momento, ma della potenzialità
del momento.
Ecco perché il tango è divenuto un completo fenomeno culturale
– ballo, musica, canzone, poesia, linguaggio, cinema – e per queste
ragioni attrae tanta gente.
Anche se sul tango sono molte le cose che vengono discusse e messe in dubbio,
è generalmente accettato che il tango nasce sulle rive del Rio de la
Plata, alla fine del XIX secolo. Quindi la paternità del tango viene
divisa tra Argentina e Uruguay.
Essendo un fenomeno d’origine popolare e quindi di natura evolutiva,
risulta impossibile datarne la nascita con certezza.
La società in cui nasce il tango è divisa tra bianchi, che ascoltavano
e ballavano habanera, polka, mazurca e valzer, e negri, che rappresentavano
un 25% della popolazione di Buenos Aires e si muovevano al ritmo del candombe,
una forma di danza in cui la coppia non si abbracciava e ballava marcatamente
sulle percussioni e non sulla melodia.
Musicalmente, il tango denota intrecci con l’habanera ispano-cubana
derivanti dai contatti dovuti al traffico mercantile tra i porti di lingua
spagnola dell’Avana ( Cuba) e Buenos Aires (Argentina).
All’inizio il tango fu solo un modo di interpretare melodie già
esistenti, modo sul quale andarono creandosene altre nuove. All’epoca
non si poteva contare sulla trascrizione musicale, perché né
i creatori né gli interpreti sapevano scrivere o leggere musica. Di
fatto, col passare degli anni, alcuni dei primi tango verranno trascritti
da furbi personaggi, che sapendo scrivere musica, registreranno a proprio
nome i diritti di molti brani famosi, approfittando dell’ingegno altrui
e lucrandone un profitto.
A questo punto è logico cominciare a chiedersi da dove ha origine
il suo nome.
E’ una bella domanda, ma non vi è una risposta certa.
Nella Spagna del XIX secolo si utilizzava la parola tango per uno strumento
tipico del flamenco; geograficamente parlando, troviamo in Africa molti toponimi
con questo nome; in alcuni documenti coloniali spagnoli si usa il vocabolo
per riferirsi al luogo in cui gli schiavi negri celebrano le loro riunioni
festive….c’è chi dice che l’origine potrebbe derivare
dall’incapacità dei popoli africani di pronunciare la parola
“tambor” (tamburo) che si sarebbe trasformata in tango.
La mancanza di documentazione scritta farà sì che la domanda
resti per sempre senza una risposta.
E’ invece possibile parlare dello scenario che ha visto la sua nascita.
Verso la fine dell'Ottocento, sbarcarono nei porti sudamericani del Rio de
la Plata, in fuga da guerre e carestie, ondate di emigranti italiani, francesi,
ungheresi slavi, arabi, ebrei… e di altre nazionalità.
Carichi di speranze e aspettative, cercavano una nuova vita nella "Terra
d'Argento", l'Argentina.
Tutti concorrevano a formare un’enorme massa operaia spaesata, povera,
con scarse possibilità di comunicazione dovute alla barriera linguistica
e prevalentemente maschile; questi uomini in cerca di fortuna erano talmente
tanti che, a un certo punto, la popolazione maschile di Buenos Aires arriverà
a toccare la percentuale del 75%, rompendo il normale equilibrio tra i sessi.
Convivevano in squallidi appartamenti in quartieri costruiti dal nulla, detti
'"Orilla", creando quella miscela unica e irripetibile di tradizioni
etniche e culturali che è diventata l'ingrediente magico di un processo
creativo complesso.
Le cifre parlano: l’Argentina passò dall’avere 2 milioni
di abitanti nel 1870, ad averne 4 milioni solo venticinque anni più
tardi. La metà della popolazione era concentrata a Buenos Aires, dove
la percentuale degli stranieri toccò punte del 50% e dove arrivavano
anche gauchos e indios provenienti dall’interno del paese.
In questo quadro, non è né difficile, né strano trovare
uomini che ballano tra di loro, naturalmente non il tango che come lo conosciamo
noi ora! Era, anzi, considerato immorale se ballato in pubblico da coppie
miste, anche per l’evidente allusione all’atto sessuale che le
figure richiamavano.
Successivamente il nuovo ritmo arriva ai tuguri e ai bordelli e viene associato
all’ambiente della prostituzione, in quanto erano solo prostitute e
cameriere le uniche donne presenti in quei luoghi.
Posto che si trattava di femmine dedicate anima e corpo ai loro accidentali
compagni, il tango cominciò ad essere ballato in un modo molto corporale,
provocatorio, ravvicinato, esplicito…un modo socialmente poco accettabile,
come divenne evidente quando, come fenomeno emergente, iniziò a uscire
dai sobborghi della sua città natale e cominciò a diffondersi.
Quando il tango comincia a convertirsi in canzoni, i testi che accompagnano
la musica sono osceni e i titoli non lasciano spazio a dubbi, come ben testimonia
“El choclo”, che, anche se letteralmente significa pannocchia
di mais, in senso figurato e volgare, equivale all’organo genitale maschile.
Dalla sua misera culla all’incoronamento come ballo principe nei Saloni
del mondo occidentale, il tango percorse un curioso cammino d’andata
e ritorno tra il Nuovo e il Vecchio Continente, con una tappa decisiva e brillante
a Parigi.
Come arrivò lì? Anche su questo punto le risposte sono varie
e pittoresche. La realtà sulla sua diffusione, come sulla sua nascita,
è molto complessa e soprattutto dovuta ad una pluralità di fattori.
Gli uomini della Buenos Aires “bene” non avevano scrupoli a recarsi
nei sobborghi per divertirsi, ballare, e, di pari passo, accompagnarsi alle
“fanciulle” che circuivano o da cui si lasciavano circuire…
e per avvicinarsi alla donna sconosciuta, niente è meglio del tango.
Risulta evidente, con questi presupposti, che il tango non era considerato
accettabile negli ambienti “bene” e per questa ragione restò
per parecchi anni come qualcosa di marginale e legato ai bassifondi.
Malgrado ciò, i viaggi di questi nobili in Europa, specialmente a
Parigi, furono il fattore scatenante del fenomeno.
Parigi, non solo era la capitale del glamour e della moda, ma anche una città
che dava rifugio a una società pluralista, parte della quale era allegra
e spregiudicata. Dopo il denaro, la cosa che più aveva successo fra
i parigini era il ballo, da qualsiasi estrazione sociale derivasse. I parigini
adoravano il ballo, lo veneravano, lo idolatravano… era un’ossessione
alla quale nessuno riusciva a sottrarsi. Del resto, la sfrontatezza e l’audacia
facevano già parte della vita dei parigini.
In questo contesto, non fu difficile per il tango trovare un terreno fertile
per fiorire e convertirsi in curiosità al principio e in moda e furore,
poi. E una volta a Parigi, la vetrina d’Europa, la capitale della moda,
la culla di ciò che è chic, il suo diffondersi, al resto del
continente prima e al mondo intero poi, fu qualcosa di veramente semplice
e rapido. Curiosamente, fu proprio allora che il tango fece finalmente il
suo ingresso nei Saloni di Buenos Aires, avallato dal battesimo parigino.
La gloria portò anche e simultaneamente il rifiuto e la critica: la
sempiterna dinamica sociale si mise nuovamente in moto, l’antico contro
il nuovo, la censura contro l’apertura, la tradizione contro il rinnovamento.
I detrattori del tango spuntarono ovunque e furono perfino personaggi illustri
e famosi:
Papa Pio X lo proscrisse, il Kaiser Guglielmo II lo proibì ai suoi
ufficiali, e la famosa rivista spagnola “La Ilustración Europea
y Americana” parlò di “un indecoroso e in tutti i sensi
riprovevole tango, grottesco insieme di ridicole contorsioni e ripugnanti
attitudini, che non possono essere né eseguite, né guardate
da chi ha rispetto della decenza personale. Allo stesso modo si esprimevano
pubblicazioni inglesi, tedesche, e alcune anche francesi.
Nonostante tutto, la reazione tradizionalista e censuratrice arrivò
a giochi fatti: ormai il tango aveva trionfato!
Il tango fu il ballo principe dell’ante guerra, guerra che determinò l’ascensione degli Stati Uniti a potenza mondiale e un certo cambiamento nei costumi. Successivamente, il tango ballato cedette il passo al tango come canzone. Il mondo scoprì e ammirò, tra gli altri, Carlos Gardel, ma alla fine del conflitto la supremazia degli Stati Uniti portò in Europa anche lo swing che morì solo per lasciare il passo al rock.
Il tango ha quindi una brillante storia, fatta d’alti e bassi, ma ha continuato a svilupparsi sia come ballo, sia come musica, fino ad arrivare all’attuale livello di sofisticatezza e purezza che svela ampliamente la maturità che vive ora nei primi anni del suo secondo secolo di vita.
Gli strumenti del tango
In origine il tango è sola musica per accompagnare la danza. Il “conjunto”
tipico è un trio di flauto, arpa, violino, (l’arpa è di
tipo diatonico, tipica degli indios del Paraguay) oppure flauto, chitarra
e violino,
o anche clarinetto, chitarra e violino. Gli strumenti sono trasportabili,
adatti sia a feste che a ritrovi di strada o di cortile. I musicisti suonano
ad orecchio e spesso improvvisano.
Purtroppo è per questo che le arie del primo periodo sono andate in
gran parte perdute.
Pur essendo una musica molto sincopata, non utilizza strumenti a percussione
ed anche gli altri strumenti utilizzati vengono suonati in modo del tutto
particolare per dare forti accenti di battuta e segnature ritmiche. La sua
struttura armonica, però, è tipicamente italiana.
Il bandoneón, che tutti ormai associano al tango, è uno strumento
che è stata usato successivamente e che poco a poco ha sostituito lo
strumento a fiato.
Gli argentini lo chiamano amichevolmente “fueye” (mantice).
Da quel momento il bandoneón è considerato il cuore della musica
del tango. È stato affermato che bandoneón e tango sono la stessa
cosa.
Si attribuisce, infatti, al bandoneón la definitiva sonorità
del lamento che caratterizza il tango.
Impose al tango la sua definitiva forma complessa, integrando la melodia in
una base simultaneamente ritmica e armonica, complessità che verrà
rafforzata più in là quando il piano arriverà a sostituire
la chitarra.
Forse nella musica occidentale ci sono pochi strumenti identificati fortemente
con un genere musicale specifico, come lo è il bandoneón con
il tango. L’ironia del destino ha voluto che la sua creazione avesse
come scopo la musica sacra. Nacque, infatti, intorno al 1830 in Germania con
lo scopo di sostituire l’organo nelle funzioni religiose che si tenevano
all’aperto. Sul nome dell’inventore ci sono molte incertezze,
ma non è così però sul nome dell’industriale che
ne cominciò la produzione.
Gli storici concordano infatti con il cognome di un tale Band, da cui il nome
bandoneón.
Tante le leggende che spiegano come questo strumento arrivò sulle rive
del Rio de la Plata, ma certezze nessuna.
![]() BANDONEON |
Parliamo dello strumento.
Per la meccanica appartiene alla famiglia delle fisarmoniche, ma per il suono
è molto legato alla famiglia dei legni (oboe, clarinetto).
È una sorta di fisarmonica di legno con dei fori la cui apertura o
chiusura con i polpastrelli produce le note, e che ha la caratteristica di
cambiare la nota a seconda se il mantice viene compresso o invece dilatato.
E’ uno strumento impopolare in quanto di complessa digitazione.
Inoltre quando arrivò a Buenos Aires, non aveva certo allegate le istruzioni
per l’uso, né esisteva un metodo per imparare a suonarlo.
Nella sua atipicità sta però tutta la sua forza: se i musicisti
rioplatensi avessero cercato la semplicità nell’esecuzione avrebbero
potuto far uso della fisarmonica; ma cercavano di esprimere tutto quello che
c’è nel profondo dell’anima e il bandoneón era ed
è lo strumento giusto.
La lista degli interpreti è lunga: citiamo solo Sebastian Ramos Mejia,
come capostipite, e il famoso maestro Pedro Mafia, che crea un modo di suonare
unico, mettendo insieme tradizione popolare e mitologia di conservatorio.
Centinaia di bandoneonisti sono passati per la storia del tango nel suo secolo
di vita, ultimo in ordine di apparizione Astor Pantaleon Piazzolla, a cui
si deve l’ultima grande rinascita del tango e del bandoneón.
Quando dalle strade e dai bordelli, nei primi del ‘900, arriva finalmente
nei teatri e nei caffè, si impone il trio bandoneón –
violino – pianoforte.
Man mano che il genere evolve, l’orchestrazione diviene più ricca.
Si passa a 6 elementi: 2 bandoneones, 2 violini, un pianoforte e un contrabbasso.
Sempre più strumentisti e direttori colti musicalmente si avvicinano
al tango, quasi sempre italiani.
Proviene dai fratelli De Caro un’ondata innovativa che si esprimerà
nell’uso di contrasti dinamici, fantasie contrappuntistiche, brillanti
trovate esecutive, come l’effetto carta vetrata (effetto lija), fischi,
risate, ecc.
Sempre di un italiano è l’introduzione dell’uso di un cantante
che interviene solo nel ritornello (estribillista) e via di seguito, fino
ad arrivare al tango da noi attualmente conosciuto.

I testi del tango e il lunfardo
Nei vicoli dell'Orilla, i nuovi Argentini condividevano un destino di disillusione
e disperazione, e, ben presto, prese forma una speranza comune rappresentata
da una volontà di fuga, sia pure soltanto momentanea, dall'oppressione.
Questo sentimento forte venne espresso in canzoni, cantate in "Lunfardo",
il dialetto degli emarginati, sorta di lingua comune fortemente influenzata
dal Francese e dall'Italiano.
Il lunfardo è inseparabile dal tango. Se anche può esserci maggiore
o minore presenza del lunfardo in un testo, è lo stile e la sonorità
del lunfardo rioplatense che lo caratterizza.
Il lunfardo non è solo un gergo formato da migliaia di parole uniche,
ma è essenzialmente uno stile linguistico, una forma di parlare, un
poco esagerata, in cui vengono riconosciuti in tutto il mondo argentini ed
uruguayani. Il tango è uno stile musicale costruito sul modo di parlare
del popolino; il lunfardo, parlato nei ghetti, è la voce dei sobborghi.
Come in nessun altro luogo, il lunfardo esprime la fusione migratoria che
originò la società rioplatense espressa dal tango. Parole africane,
italiane, aymará, mapuche, ebree, gitano-spagnole, galleghe, quechua,
arabe, guaranì, polacche, portoghesi, inglesi, si mescolano nell’uso
quotidiano senza che ci sia coscienza delle loro origini. Il lunfardo era
ed è ancora oggi un linguaggio occulto-metaforico costruito nell’ambito
di una dinamica fra la società carceraria, i giovani e il mondo del
lavoro.
Il lunfardo è una birichinata lessicale.
Il lunfardo fu perseguito in Argentina e messo in discussione da alcuni accademici
della Real Academia Española. Durante la dittatura uscì addirittura
una circolare che sanzionava e censurava i tango che contenevano parole in
lunfardo e per questa ragione molti testi vennero riscritti. Tra il 1966 e
il 1970 il lunfardo sparì virtualmente dal tango e dalla musica popolare.
Dopo di che, il lunfardo registrò una notevole rinascita.
Attualmente, il lunfardo gode di una grande vitalità, essendo stato
adottato e riformulato dalle nuove generazioni, ed è in parte per questa
ragione che il tango si è inserito nei ritmi moderni.
Dicevamo che le canzoni cantavano la tristezza delle persone, ma anche la
loro felicità e le loro gioie. Cantavano la nostalgia e la distanza,
ma anche le speranze e le aspirazioni.
Cantavano la solitudine, ma anche la lealtà e la fratellanza nell'avversità.
Il “sobborgo” (el arrabal) diventa la musa ispiratrice, il luogo
d’appartenenza che non si deve abbandonare, tradire, né dimenticare.
E, sopra ogni cosa, il “tanghero” è un uomo o una donna
“del barrio”. Il tango arriverà a costruire una cultura
del sobborgo e a darle personalità. La città del tango è
una città vissuta nei bassifondi e la canzone, come in tante altre
parti del mondo, diviene la consolazione in musica dell'uomo.
Con l'introduzione dei particolari timbri musicali del bandoneón, il
Tango venne a perdere la sua apparenza di gioiosità per acquisire una
sonorità più corposa e accorata che meglio andava a descrivere
le emozioni che la canzone voleva esprimere. Il tango divenne intenso, drammatico,
malinconico.
Il giro di bassi cadenzava la situazione d’inerzia impotente che si
rivelava agli occhi di quei suonatori del "ghetto", mentre la melodia
traduceva le emozioni di coloro che la canzone cantava. Non bisogna tralasciare
di menzionare la forte influenza impressa dal desiderio sessuale, sublimato
nella sensualità, e la tristezza o la melanconia, derivata da uno stato
di permanente insoddisfazione dovuta all’enorme carenza di donne. Affluivano
in massa ai postriboli, dove il sesso pagato accentuava la nostalgia della
comunione e dell’amore, la lontananza da una donna, e nel tango emerse
un “risentimento erotico” massivo e popolare, che condusse a una
dura riflessione introspettiva sull’amore, il sesso, la frustrazione
e infine il senso della vita e della morte per l’uomo comune. Il disinganno
amoroso come tema centrale del tango è un luogo comune. Quello che
colpisce è, invece, il contrasto narrato tra l’uomo duro e machista,
emozionalmente limitato, che nei testi del tango si apre, mostrando il suo
intimo e la profondità dei suoi sentimenti.
Nel tango gli uomini piangono e parlano delle loro emozioni, in un mondo in
cui gli uomini non devono né piangere né mostrare i propri sentimenti.
Anche le riflessioni sul tempo sono una caratteristica molto speciale dei
testi del tango. Non c’è testo che non contenga uno sguardo sull’effetto
distruttivo del tempo sulle relazioni, le cose, la vita stessa. Su tutte queste
cose il poeta tanguero manifesta la sua impotenza di fronte alla fiera vendetta
del tempo ed esprime il dolore di “non essere più”.
Nel corso del XX secolo, il tango sviluppò i suoi componenti di base
come un’espressione artistica fortemente relazionata con le problematiche
dell’uomo contemporaneo. Quest’unione tra elementi marcatamente
esistenziali e metafisici, fa di questa danza o di queste canzoni un’espressione
artistica unica al mondo. Non dimentichiamo che sono state create anche opere
in poesia e prosa tanguera o lunfarda, create senza l’intento di formare
parte di una canzone, ma fine a se stesse.
Il ballo
Non è d’apprendimento immediato, e per ballarlo non basta salire
in pista e seguire il ritmo, né è sufficiente accompagnarsi
ad un partner che già lo conosca e “farsi portare”.
Si tratta, oltre che di tecnica, di un vero e proprio esercizio di concentrazione.
Il tango è un ballo totalmente libero, privo di coreografie predefinite.
Mentre le altre danze si fondano su una figura base, da ripetere alternandola
a qualche occasionale variante, il tango è del tutto privo di schemi
ripetitivi. La posizione di ballo è un abbraccio frontale asimmetrico
in cui l'uomo con la destra cinge la schiena della propria ballerina e con
la sinistra le tiene la mano, creando quindi una maggiore distanza tra la
spalla sinistra dell'uomo e la destra della donna.
Poche regole semplici dettano i limiti dell'improvvisazione: l'uomo guida,
la donna segue.
Fondamentalmente è l'uomo che chiede con un linguaggio puramente corporeo
alla propria ballerina di spostarsi.
La “salida basica” è solo una combinazione di passi che
si utilizza per imparare a ballare, mentre le figure classiche vengono continuamente
assemblate, sospese, frammentate e ricombinate in un’unica caleidoscopica
figura che non si ripeterà mai uguale.
Le coppie non procedono mai in modo tra loro coerente: ognuna segue di volta
in volta direzioni diverse (e la necessità di evitare collisioni impone
ulteriormente di decidere all’istante il passo da eseguire)
anche se viene complessivamente mantenuta una lenta rotazione in senso antiorario.
Il tango è un linguaggio con cui esprimersi. Per chi balla il valzer
o la polka, la musica è un supporto ritmico, e la melodia, un accompagnamento;
un brano o un altro, un interprete o un altro vedono i ballerini eseguire
sempre gli stessi movimenti.
Ma le melodie del tango sono così ricche di differenti coloriture musicali,
gli stili interpretativi e gli impasti strumentali così diversi, la
poetica dei testi così mutevole, che passare da un brano all’altro
(o anche solo da un esecutore all’altro dello stesso brano) significa
entrare in una condizione mentale nuova, ispirando un portamento e uno stile
che non è mai lo stesso.
Nelle scuole di tango di Buenos Aires spesso il maestro assegna a ciascun
allievo/a una condizione interiore (allegro, innamorato, indifferente, annoiato,
arrabbiato ...), quindi fa ballare tutti, dopodiché invita ciascuno
a indovinare lo stato d'animo del partner con cui ha appena ballato: se molti
hanno percepito l'emozione dell'altro significa che, al di là della
correttezza tecnica dei passi, si è appreso quell'affascinante linguaggio
che è il tango, definito dai vecchi maestri “el idioma del brazo”
(il linguaggio del braccio). Quindi non serve a nulla una tecnica perfetta,
o una sincronizzazione perfetta, quando l’espressione facciale dei ballerini
non trasmette sentimenti. Tutto in questa danza è unito, gli sguardi,
le braccia, le mani, ogni movimento del corpo deve accompagnare la cadenza
del tango e ciò che i ballerini stanno vivendo: un romanzo di tre minuti,
tra due persone che si conoscono da poco e probabilmente non hanno una relazione
amorosa nella vita reale.
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Il tango trascende e arriva al cuore di chi sta ammirando i ballerini, grazie
ai sentimenti che essi mettono nel ballo e ovviamente alla qualità
delle coreografie. Ogni strofa musicale, ogni passaggio, ogni tango ha momenti
diversi, non si può ballare un tango completo seguendo uno stile di
condotta identico per tutta la melodia. Ci sono momenti tristi, allegri, sensuali,
o euforici, finali silenziosi o grandiosi, musica in crescendo o in calando:
esprime solo sentimenti e questo è ciò che i ballerini devono
trasmettere ai propri piedi e a tutto il corpo perché arrivino a noi.
Il luogo dove si balla il tango argentino è chiamato Milonga, talvolta
Tangueria.
Uno degli artisti più accreditati di questi ultimi 20 anni è
il grande Miguel Ángel Zotto e magnifico è il lavoro d’insegnamento
e di divulgazione che ha svolto durante gli anni della sua carriera.
![]() Miguel Ángel Zotto |
![]() Miguel Ángel Zotto |
Non dimentichiamo che lo spirito del tango risiede da qualche parte dentro
di noi.
Lasciamolo nella sua vera forma e diamoci la possibilità di essere
sedotti una volta di più dal suo fascino.
Ricerche e traduzioni a cura di "Gianfranca B." per www.SalsaLove.it